Intervista a PATRICK STEWART su PLAYBOY [parte 1 di 2]


E' proprio Patrick Stewart a comunicare ai fan, via Twitter, di aver rilasciato un'intervista nientemeno che alla rivista Playboy. Non si tratta di essere il playmate del mese, o di mostrare foto succinte, Patrick Stewart ha risposto a 20 domande, spaziando tra vari momenti della sua carriera, le sue convinzioni personali e l'impegno nella campagna di valorizzazione dei cani di razza Pitbull.




L'articolo integrale, disponibile in rete a questo link, è stato pubblicato sullo speciale trimestrale di primavera 2020 The Speech Issue di Playboy.
Di seguito la prima parte dell'intervista realizzata da Stacey Wilson Hunt, tradotta in italiano. Le fotografie sono di Elizabeth Weinberg.
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Star indiscussa di Star Trek: Picard, attivista (e Cavaliere della Regina), Patrick Stewart parla dell'inclusività di Hollywood, della riforma della cannabis, del salvataggio dei pitbull e se mai esclamerà "Attivare!" fuori dal set.

D1: Il fenomeno di internet è scoppiato tra Star Trek: The Next Generation e Star Trek: Picard. In che modo la tecnologia e i social media hanno cambiato la sua vita e il suo lavoro?

STEWART: Ricordo quando misero in commercio il primo iPhone e qualcuno disse: "Ti rendi conto che questi sono proprio come Star Trek?" [ride] Prima avevamo abituati ad avere dispositivi in cui potevamo solo parlare. Ora ho solo una vaga idea di ciò che il mio telefono può fare; l'attivazione vocale mi mette a disagio. Ora abbiamo accesso alla CGI e abbiamo degli effetti speciali che sono molto più potenti di quelli che usavamo prima. E poi mi sono reso conto del lato ostile dei social media, in cui mi sono imbattuto solo una o due volte. Non puoi pubblicare nulla senza attirare commenti rabbiosi. Questo mi mette a disagio.

D2: Isa Briones, un'attrice di origini asiatiche, e altri attori non bianchi sono al centro delle vicende di Picard. Una serie come questa, non radicata nella realtà, ha ancora la responsabilità di riflettere il mondo reale?

STEWART: Mi commuovo ancora quando ricordo [la co-protagonista di The Next Generation] Whoopi Goldberg che mi dice cosa significava per lei vedere il personaggio di Uhura in TV; quello che mi ha detto è stato "Uno di noi ce l'ha fatta", che è in parte ironico e un po' cinico ma non di meno profondo. Per fortuna stiamo finalmente ammettendo che c'è sempre stato un problema e stiamo facendo qualcosa al riguardo. Cinque dei nostri dieci episodi [di Picard] sono stati diretti da donne e mi ritrovo continuamente in scene in cui i membri del cast femminile superano i maschi.



D3: Cosa c'è nella mitologia di Star Trek, la cui Serie Classica ha debuttato nel 1966 ed è durata solo tre stagioni, che le ha permesso di resistere?

STEWART: In parte torniamo al commento di Whoopi. Viviamo in un mondo complicato in cui il bisogno di cure e attenzioni per gli altri membri della società è molto più importante di quanto non fosse mai stato prima. Mia moglie ed io siamo andati in Italia all'inizio di quest'anno: Firenze, Bologna e Ravenna. Non avevo mai riflettuto molto su queste città, quindi quando ho visto che erano città antiche - non solo una chiesa qua, un vecchio edificio là - e parti ancora vitali della società italiana, sono rimasto stupito. La connessione tra passato e presente è così forte. Star Trek offre anche questo. E quello che ci insegnano le parole di Whoopi è che andrà meglio. Anche se in questo momento non lo sembra.

D4: Il romanziere Michael Chabon è uno scrittore di Picard. In che modo è diverso lavorare con qualcuno più abituato all'atto solitario della scrittura di libri?

STEWART: È così intelligente, aperto e curioso. Il suo entusiasmo per la tecnica e il lavoro dell'attore è genuino. Dato che sono un produttore esecutivo, ho avuto accesso alla stanza degli scrittori. È stato un privilegio sentirli macinare idee in un modo in cui attori e registi non fanno. Uno scrittore prendeva un'idea e la trasformava in qualcos'altro, e poi un altro scrittore la trasformava di nuovo. Per me era frustrante quando dicevano "No, non funzionerà" e passavano a qualcos'altro, [ride] ma per loro no.

D5: Picard è pieno di azione. Com'è fare acrobazie ora che è più avanti con gli anni?

STEWART: Un inferno. Ho una sorte di vertigine che mi ha colpito tre anni fa. Ho le vertigini praticamente tutto il tempo, tranne quando dormo o guido. I medici dicono che c'è una disconnessione tra i segnali che i miei occhi e l'orecchio interno inviano al mio cervello. Se mi alzo rapidamente rischio di cadere, quindi devo stare attento sul set. C'è una scena in cui Isa Briones e io corriamo su una rampa di scale. Non volevano che facessi quella scena: "Abbiamo una controfigura". Ma io ho detto: "Prima lasciatemi fare un tentativo." Ho corso su per le scale e mi sentivo bene! Mi sa che quando recito le vertigini scompaiono. Grazie a Dio.

D6: Alcuni di amici di The Next Generation, tra cui Brent Spiner e Jonathan Frakes, hanno preso parte a Picard. Vi frequentate ancora?

STEWART: Sì. Ci vediamo continuamente, anche se con Whoopi non tutte le volte che vorrei. Sono persone meravigliose. E' la natura stessa della recitazione che porta a creare dei legami nel cast, ed è un'ottima cosa. Di recente ho contattato qualcuno con cui avevo lavorato nel 1967 presso la Royal Shakespeare Company. Avevo sentito che viveva a Beverly Hills e con l'aiuto della mia squadra mi sono messo in contatto. Si chiama Sir Ben Kingsley. [ride] Nel corso degli anni ci siamo incrociati e salutati più volte, ma niente di più. E pensare che,come ho ricordato a Ben, in realtà lui ha dormito su un materasso sul pavimento della mia camera da letto per diverse notti.

D7: Ha mai pensato di smettere di recitare?

STEWART: Mai, recitare è la mia vita. Quando recitavo da bambino, non ero "Patrick Stewart". Vivevo la vita di qualcun altro, migliore della mia. Mi sono sempre sentito al sicuro sul palco. Ciò che amo di questo lavoro è che, col passare degli anni, ho sempre meno paura di esibirmi mostrando qualcosa di me. E' sempre più personale e meno una "performance".

D8: Sir Ian McKellen è uno dei suoi amici più cari e ha persino officiato il suo matrimonio nel 2013. Cosa ha imparato da lui?

STEWART: I gay sono sempre stati presenti nella mia vita sia come colleghi sia come amici, ma nessuno ha avuto un ruolo così significativo come Ian. Io lo adoro e sono pazzamente innamorato di lui. Anche mia moglie lo è, e il sentimento è reciproco. Lo ascolto, guardo quello che fa, e non intendo solo recitare. Vive la sua vita in un modo così ammirevole, altruista e compassionevole. E ci divertiamo anche molto assieme.



D9: Ha mai incontrato qualcuno che l'ha lasciata a bocca aperta?

STEWART: Eravamo a una festa dei Golden Globes, e una donna con un forte accento si avvicinò e mi chiese se potevo fare una foto con lei. Spesso conviene dire di no; altrimenti rischi di fare selfie tutta la notte. Ma qualcuno si intromise: "Hai mai incontrato Nadia prima?" Ho detto di no. E poi: "Questa è [la ginnasta olimpica] Nadia Comaneci". Mi hanno quasi ceduto le ginocchia. Adoro l'atletica e lo sport, e c'era Nadia, in piedi davanti a me. È stato elettrizzante.

D10: Lei è un sostenitore della riforma della cannabis. Qual è stata la sua prima esperienza con essa, e quando questa causa è diventata così importante per lei?

STEWART: Non ho praticamente mai avuto a che fare con le droghe, nella prima parte della mia vita. Avevo circa 40 anni quando ho fatto la mia prima esperienza con la cannabis. Il motivo per cui la uso è questo [si strofina le mani]. Ho l'artrite, quindi due volte al giorno uso una crema a base di cannabinoidi e, incredibile [!], che trasformazione! Un altro caso: c'era un autista di limousine che io e mia moglie conoscevamo bene a New York. Lo adoravamo. Poi ha avuto il cancro e stava morendo. Ha smesso di mangiare, guardare la TV, leggere i giornali e parlare al telefono. Mia moglie gli ha procurato della marijuana e successivamente la sua famiglia ci ha detto che ha vissuto più a lungo del previsto perché aveva riconquistato una vita più piena. Aveva ricominciato a mangiare e a raccontare barzellette. Questo mi ha profondamente colpito. La cannabis ha proprietà mediche che non abbiamo mai esplorato completamente. Quindi sì, sono un umile attivista per la legalizzazione della marijuana a scopi medici.
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Trovate la seconda parte dell'intervista a Patrick Stewart cliccando su questo link.